martedì 29 gennaio 2013

CHABERTON canale Nord Est

Parafrasando Roger Rabbit mi vien da dire: ho le voglie di un ventenne e la schiena di novant'anni!
...e si, è il peggior periodo della mia vita ma una delle poche nevicate valSusine dell'anno mi hanno ridestato e con i miei nuovi Downski riesco quasi a sciare bene...
Sabato 19 gennaio cadono, incredibilmente solo a Bardonecchia, 45 cm di polvere. Tre giorni dopo il mio fido socio di discesa, Tony Love, mi accompagna a testar la schiena nella nostra riserva (quasi privata) di polvere...


Viste le buone risposte di neve e corpo, tre giorni dopo abbiamo pensato  di sfruttare quella nevicata per quella che secondo me è una delle più belle discese di tutte le nostre Graie...
Lo Chaberton, con i suoi 3136 metri, d'estate è un ammasso di ghiaia e pareti marce ma d'inverno si trasforma in una vetta ardita e ricchissima di possibilità per lo sci, dal più estremo, ai canali in polvere, alle pareti sud da scendere su neve trasformata...
Il giocattolo più comodo è il canale Nord Est, quindi sul versante Cesana.
Usando gli impianti di Montgenevre restano poco più di 1000m di dislivello da salire per poi godere di una discesa di quasi 1800m dei quali 1400 da urlo!
L'ingresso è evidentissimo percorrendo la via normale e si trova un sessantina di metri (dislivello) prima della vetta.
L'uscita invece è più complessa e si leggono info di ogni sorta...
Per godere di tutto il canale la soluzione migliore è:
Scenderlo quasi tutto ma, a quota 1650 circa, prima che precipiti con un salto di roccia su Cesana, togliere gli sci e risalire la ripida costa boscosa alla vostra destra, obliquando fino ad incontrare una pista forestale (1750m circa) che porta ai paravalanghe del versante Sud (tornanti sopra Cesana, statale del Monginevro).

domenica 23 dicembre 2012

MALLOS de RIGLOS

... Sconsigliato a chi ha paura del vuoto ...
Aragon, Nord della Spagna...
è Dicembre, un piccolo locomotore diesel mi porta fuori dalla desolata periferia di Saragoza. Attraversando brulli altopiani, cerco di scorgere i promessi Mallos visti in molte fotografie e studiati sui libri di alpinismo. Ma nulla, è tutto piatto! Quà e là pale eoliche e greggi isolati...ed il viaggio continua ad una velocità media di 30kmh; poi il primo avvistamento. Ma no...è piccolo!
Mano a mano però i monoliti di conglomerato che caratterizzano la zona aumentano per numero e dimensione....e finalmente eccoli là. Un colpo al cuore!
Il treno ci scarica sotto una pensilina stile vecchio West, non si vede neppure il paese.
Esaltati dalla magnifica visione dei Mallos, ma anche perplessi nel non vedere il villaggio, ci incamminiamo dubbiosi lungo l'unica strada. Proprio in quell'istante il sole finisce la sua discesa dalle pareti ed illumina il villaggio mostrandocelo in quella bellezza che solo la luce dell'inverno può regalare...
è il villaggio degli arrampicatori! le pareti cominciano attaccate alle case e non c'è altro da fare che scalare, mangiare e bere!!
Si ragazzi, siamo in Spagna, regno dei prosciutti, dei bocadillos e dove la cerveça costa ancora 2€ la pinta! e se considerate quanto son corte le giornate dicembrine...be', non è forse ogni giorno una festa?
In più potete bervi tutto quello che avete risparmiato nel non affittare una macchina! già, perchè a Riglos l'auto non serve. è tutto lì nel raggio di 10 minuti dal rifugio.
Direi che nell'epoca del caro-gasolio, in un sistema dove spesso un aereo costa meno di un viaggio in Val d'Aosta, vivere senza macchina non è un vantaggio da poco.
Se poi vi dico il prezzo del rifugio del Club Alpino Spagnolo, nuovo e con il bagno in camera, vi faccio partire ora: mezza pensione 21€!!
Ma che dite, iniziamo a parlare un po' di scalata?
Se avete pensato che le palestre d'arrampica non riproducano nessuno stile esistente in natura, è solo perchè non siete mai stati a Riglos!
Le vie sono larghe strade, formate da enormi prese che paiono patate...bianche però, perchè smagnesate! la magnesite è perenne in quanto questi immensi strapiombi non si lavano mai con le normali piogge, e lì piove poco.
Su alcune vie come "La fiesta de los Biceps" la magnesite, che vi si è accumulata fin dagli anni '80, crea una linea bianca, una sorta di via Lattea visibile fin dalla ferrovia.
Penserete quindi che la roccia sia unta? In effetti lo è, ma non infastidisce: le prese sono talmente grandi che non è certo sull'aderenza che si gioca la libera!
Prese grandi e vie difficili. Un connubio strano in effetti, ma è solo quando metti le mani, anzi gli avambracci, su quegli strapiombi infiniti che comprendi quanta "ghisa" si possa accumulare in un sol giorno. Acciaiate simili le avevo fino ad allora provate solo con le piccozze in mano, e li è simile: una presa la molli solo quando ti si apre involontariamente la mano...
... oppure quando hai paura! Già, perchè li il vuoto fa paura. E qui siamo nel posto più vertiginoso d'Europa! su alcune vie le soste sono totalmente appese, poste arbitrariamente la dove la corda pesa troppo. Non aspettatevi certo che ai duri catalani e baschi la corda pesi ogni 30m...certo che no!
In una via come "Tucan asuente" dovete tritare prese per quasi 55m di strapiombo prima di poter fare il lecito resting della sosta.
Immaginate un volo con tutta quella corda in gioco, non dico che i chiodi siano lunghi, però ogni volta che voli sui Mallos per una ragione o per un'altra, voli lunghissimo! Anche da secondi bisogna fare attenzione, soprattutto se usate mezze corde in cordate da tre...
Ho scalato molte vie nel mio soggiorno e dopo i primi giorni ho cambiato sia corda che imbrago. Vi assicuro che nel vuoto di vie come "De naturaleza selvaje" il materiale nuovo ti cambia l'umore. Questo perchè non vi ho ancora raccontato della terza ragione di volo: una presa (sasso o patata se preferite), che si stacca...
Anche se mi sento di dire che sulle vie a spit mediamente frequentate la roccia è solidissima, ogni tanto uno di questi sassi si stacca...proprio come il quadro che precipita nel cuore della notte, perchè il chiodo ha superato il tempo del carico che gli era concesso. E così all'improvviso voi vi ritrovate a provare l'effetto Will coyote: con la patata in mano da gettare, ed il vuoto che vi inghiotte solo dopo avervi lasciato il tempo di tirare fuori l'espressione più incredula a voi possibile!
Le vie non solo sono righe di spit, ma hanno una storia degna di essere conosciuta...
Su queste pareti, fin dalla fine dagli anni '50, si sono cimentati i migliori alpinisti Catalani, Baschi e Aragonesi. In alcuni casi proprio con le loro vie hanno fatto un passo avanti rispetto alle difficoltà raggiunte all'epoca in Europa.
Notevole fu la conquista del mallo Francisco Franco detto "El Puro", un monolite che si stacca per  una sessantina di metri da una cengia del mallo Pison. Questa conquista è mitica per tutto l'alpinismo iberico, alla stregua del mito del monte Bianco per i francesi, in quanto è anche simbolo di un epoca e di un ideologia. Un idea di alpinismo glorioso, spinta anche dal regime franchista, convinse molti giovani a tentare questa aerea scalata. Fra il 1948 ed il '53 "El Puro" chiese però il prezzo di diverse vite umane prima di concedersi al mitico Angel Lopez Martinez detto "Cintero", il quale impiegò diversi giorni per salirlo usando ogni mezzo possibile, compresi chiodi lunghi mezzo metro. Il problema era dato dalla roccia friabilissima, anzi inconsistente, che ne caratterizzava quasi tutta la sua lunghezza...
 E vi dico che la sosta in cima è ancora inquietante essendo attrezzabile solo con barre profondamente conficcate sulla minuscola vetta!
Insomma in una visita a Riglos non potete mancare la vostra piccola conquista di "El puro"!
Ma la via simbolo di tutto l'alpinismo classico sui mallos è forse la Rabadà Navarro al mallo Firè, il mallo del Fuoco che svetta come una fiamma nel cielo.
è il 1961 quando questi due eroi vincono senza l'uso di chiodi a pressione i quasi 350m di guglia verticalissima e compatta. Qui, a differenza di El Puro, la roccia è solida, anzi fin troppo, non presentando fessure chiodabili agevolmente. Il salto nel futuro è rappresentato proprio dall'assenza degli incriminati chiodi a pressione, all'epoca abusati. A testimoniare la follia di quest'etica vi è il ritardo delle prime ripetizioni, forse nessuno era in grado di eguagliare Rabadà e Navarro oppure nessuno era così suicida da non utilizzare radicalmente il perforatore. 
La Rabadà-Navarro  divento quell'anno forse la via più dura d'Europa e ancor oggi ripetendola potete ammirare la forza disumana di questi ragazzi che, poco più che ventenni, scalarono passaggi di 6a moderno a distanze preoccupanti, con protezioni precarie e senza la certezza, che invece hanno i ripetitori, data da una relazione da seguire. In più dovete ricordare che all'epoca questi marziani non avevano le scarpette.
Oggi se ne ripete una versione leggermente rivisitata, ma tranquilli, non cisono più di 4 o 5 spit in tutta la via e ovviamente non posti sui passaggi originali.
Se siete curiosi di conoscere meglio questa esaltante storia dovete visitare il sito http://a0avista.blogspot.it/, contiene documenti, relazioni e foto veramente rari ed interessanti. Nel frattempo fra le mie immagini potete vedere le caratteristiche protezioni dei passi più difficili...
      
Clavo e pitonisa proteggono due fra i passi più impegnativi della via. Notatela dimensione dell'anello della seconda 
considerando che il cordino è da 5mm!

Paura...
durante una ripetizione di questa via è fondamentale leggere passo passo la relazione tecnica (in questo viene nuovamente in aiuto il
sito: http://a0avista.blogspot.it/), questa veniva a me gridata dal fedele Aziz che, dalla sosta, traduceva simultaneamente lo spagnolo in italiano... Siamo al nono o decimo tiro, non ricordo, quando mi urla che devo cercare la sosta a sinistra nella "buitrera"...
"che cazzo è la buitrera?" domando. Nel frattempo, gli enormi avvoltoi che da giorni accompagnavano le nostre scalate svolazzavano silenti nel cielo...
 All'arabo viene un sospetto, ma non lo comunica. Io, come al solito lontanissimo dalle protezioni, vedo una cavità alla mia sinistra, sembra comoda. La raggiungo, faccio capolino e....
Il Buitre Leonado è della famiglia degli avvoltoi, arriva ad avere un apertura alare di 2,70m ed è talmente pesante che per decollare deve partire in picchiata verso il basso.
Lui è il padrone di Riglos e la buitrera è il suo nido!
Esce, mi sfiora ed io non cado....

Spit
In fin dei conti però le vie tradizionali, a parte la Rabadà-Navarro al Firè, non sono il top. Molto meglio gli spit!
Anche fra queste si possono trovare vie di grande valore storico visto il fatto che alcune sono ex artificialate nate su chiodi a pressione. "La Murciana" al mallo Pison rappresenta bene l'evoluzione dell'arrampicata essendo nata in artificiale negli anni '60, l'era delle vie a "goccia d'acqua",  e poi liberata sul finire degli anni '70 dando così largo all'uso dei primi spit. E provate ad immaginare chi è l'autore di questa ardita linea? Sempre lui, il genio Alberto Rabadà.
Il superbo mallo Pison presenta a mio avviso le vie più belle di Riglos, avendo nelle perte centrale il "rio de pedra", un quadrato di roccia compattissima alto un centinaio di metri.
"Tucan asuente" è la più bella fra le numerose che ho ripetuto in tutta Riglos, il suo maratonetico tiro di 7ah,ah,ah sul "rio de pedra" è indimenticabile per il vuoto, la ghisa che ci accumulate e se volate lo ricorderete per i metri che ci ficcate!

La visera
La Visera è la parete più strapiombante, ogni tiro si inclina per qualche grado in più rispetto al precedente, risultato il vuoto è veramente pazzesco!
"La fiesta de los biceps" è la più famosa ma pur essendo bellissima non è la migliore. Sicuramente più abbordabile per la chiodatura e per l'omogeneità dei gradi comincia però ad esser un po' unta. Sempre fra le abbordabili c'è "Zulu de mente", abbastanza continua e corretta nella gradazione salvo l'ultimo tiro, un palo nei denti dove il 7a+ dato fa veramente di sorridere.
Forse ancor più belle sono "Popey" e la "Diretta", essendo però meno frequentate si rischia maggiormente di saltar giù con qualche patata in mano.
Tornando invece al grado 6 non bisogna mancare "Cinatown", una linea idealmente perfetta per il fatto che segue quasi fedelmente lo spigolo di sinistra della Visera. Tutta ben chiodata salvo il penultimo tiro, un 6c+ davvero obbligatorio.
Proprio "Cinatown" mi serve su un piatto d'argento la presentazione di "De naturaleza selvaje", la più bella che ho ripetuto ai mallos. Si tratta della versione migliorata della precedente, le corre vicino ma senza disturbarla e regala un tetto di 7a che definire esposto è poco. L'ultimo tiro è un viaggio obliquo e strapiombantissimo di quasi 50 metri, se avete resistenza per farlo ancora in libera, be', vuol dire che siete forti di braccio e di testa visto in questa la chiodatura è un po' più lunga che sulle altre vie.

sabato 20 ottobre 2012

POSITANO CLIMBING

Positano …
un paradiso terrestre che nasce in sordina…
Qualsiasi persona veda Positano, non può ignorare la roccia!
Il tratto di costiera Amalfitana che da Positano arriva a Praiano e che in altezza si sviluppa negli abitati di Monte Pertuso e Nocelle, presenta la massima concentrazione di pareti in una regione che è già quasi tutta di pietra.
E allora potete immaginare cosa si scateni nell'animo di un climber o alpinista che veda tutto ciò…
Lo sguardo viene colpito dal rosso delle grotte, dal grigio dei muri a gocce, dal blu del mare.
Qua e la ci sono case e borghi, paesi talmente belli che sono il simbolo della “Bella Italia”, paesi che sono il simbolo della vita bella!

Bene, ora il quadro del paradiso degli arrampicatori è dipinto, resta da capire perché un tale luogo non sia esploso nel giro di pochi anni dalla sua scoperta alpinistica…
Attraverso la mia storia, inseparabile da quella della Selva, voglio trovare degli spunti per comprendere i limiti, gli errori oppure le fortune forse, che hanno portato alla situazione attuale.
È ottobre del 2007 quando vengo invitato da Marco Capone…
Marco è di Salerno, l’ho conosciuto in Piemonte dove è  arrivato da diversi anni per realizzare il suo obbiettivo di vivere da guida alpina. Mi parla dell’arrampicata in costiera con affetto ed entusiasmo, esponendomi i sui sogni di sviluppo. Quindi è da Salerno che parte il mio viaggio, verso quei luoghi che ancora non riuscivo ad immaginare.
Fino ad allora l’arrampicata in costiera aveva un sinonimo, Oreste Bottiglieri! Ovviamente iniziamo dalle sue (e fino ad allora uniche) falesie: San Liberatore, Torre dello Ziro, punta d’Aglio ed insieme a Mujo, terzo pellegrino del gruppo, ci accorgiamo subito che il potenziale è enorme.
Tiro dopo tiro e falesia dopo falesia notiamo che fra alcune vie molto belle ed altre bellissime c’è però in fondo un modo diverso di chiodare ed interpretare le linee rispetto a quello delle grandi falesie del nord Italia o del sud della Francia. Un pensiero si insinua inevitabilmente in noi, e, soprattutto in me diventa chiodo fisso…
Chiodare, creare, aprire… insomma esprimermi in nuove vie diventa per me obbiettivo di vita! E prima ancora di avere il tempo di pormi la domanda su come poterlo realizzare la soluzione si presenta dietro l’angolo...

La Selva
Ci raccontano che c’è un posto diverso chiodato da “un veneziano”… Positano è un po’ lontano, ma dicono che  il viaggio valga la visita… Ci spiegano che per arrivare al Mirabella, la falesia promessa, devi aprire un cancello ed entrare alla “Selva”. Cavolo! ma si entra proprio in casa!  a due guide piemontesi fa un po’ impressione passare a fianco alla cucina senza suonare neanche un campanello... ma c’è il Capone, l’autoctono, che ci spiega che spesso li è così.
Infatti subito incontriamo “i Selvatici” impegnati nella consueta raccolta delle olive…
Con tanto sudore e ancor più amore, Cristiano, Marta e Antonino stavano costruendo da sei anni quella che oggi è una delle più belle residenze di tutta Positano.
La Selva ti entra nell’anima al primo sguardo. In una delle zone più turisticamente caotiche che esistano al mondo questo luogo si distingue come un oasi di pace. Si raggiunge con una breve passeggiata, in salita o in discesa a seconda di come vi piace e, se pur a poca distanza dalla vita del borgo, l’isolamento sembra totale.
Lo sguardo spazia dal golfo di Salerno ai Faraglioni di Capri e l’orizzonte è la curvatura terrestre rappresentata dal blu del mare. Quando uscite dalla vostra stanzetta mettete immediatamente i piedi sull’erba, e poi le falesie! non solo vicine, ma in casa! proprio dentro il cancello!
Sei anni prima del nostro incontro Cristiano, veneziano come la sua bella Marta, ha cercato a lungo il suo eden e lì l’ha trovato.
Voleva inizialmente metter in piedi un’attività per gli arrampicatori ma poi fra un lavoro e l’altro “la Selva” l’aveva totalmente assorbito. Quando io l’ho conosciuto viveva dei proventi della sua terra e dei pochi turisti ai quali dava alloggiamento nell’estate.
Intanto però un progetto riguardante lo sviluppo di nuovi itinerari di arrampicata, che i Selvatici avevano presentato al comune i primi giorni della loro immigrazione, aveva compiuto il suo percorso ed era stato imprevedibilmente accettato…

Proprio lì, in quell’ottobre 2007, mentre noi scendevamo le scale della Selva, Cristiano cercava delle guide alpine alle quali affidare il progetto!
Inizialmente neanche immaginavo che mi venisse offerto un compenso, figuratevi, io avrei pagato per chiodare...
Ma tant’è...ed oggi sorrido nel ricordare che il punto di partenza della mia vita Positanese fu un progetto a sfondo economico (dicesi lavoro, vero?).
I mie colleghi invece si interessarono molto a questo aspetto e rapidamente  ci scindemmo in due scuole di pensiero: mentre Marco e Mujo cercavano vie e settori più rapidi da realizzare, io spesso con Cristiano, cercavo linee che rendessero maggiore giustizia a quelle pareti.
Mi sono spesso chiesto cosa provano oggi quei personaggi che hanno scoperto e sviluppato falesie come Ceuse, Arco, Finale, e vedendo il potenziale di quei luoghi volevo impegnarmi al massimo in ogni via, per non rischiare di guardare un giorno indietro e dire “be', potevo fare di meglio” o peggio ancora “cavolo, me la sono lasciata scappare!”.  Insomma, quello che io vedevo a Positano era la possibilità di lasciare un segno della mia esistenza e tutto ciò non poteva avvenire senza “La Selva” e l’amore di Cristiano per l’arrampicata.
Visto che della parte più "commerciale" del progetto se ne è già parlato in diversi articoli, come il primo che uscì su Alp nel 2009, voglio in questa pagina raccontarvi della mia parte in quel lavoro e di tutto ciò che ne seguì.
E dalla Selva che nascono le idee e che si muove l’arrampicata di quei luoghi! e questo è ciò che non hanno colto fino ad ora i magazine che hanno parlato dell’arrampicata in costiera!
La mia attività attuale, che continua non solo senza compenso ma anche senza finanziamenti, deve molto all’ospitalità della Selva e di Cristiano, il quale spesso viene a chiodare con me.
Non sono l’unico che continua l’opera di chiodatura, c'è il Gunter che, se pur saltuariamente, continua a esprimere la sua arte su quelle pareti.
Anche lui Veneziano è stato uno dei primi chiodatori del posto, le sue linee visionarie, anche se a volte imperfette, sono state per me spesso fonte di ispirazione.
Potrebbe suonare esagerato sentir parlare in termini artistici di vie alte al massimo 60/80 metri, ma chiunque abbia provato a chiodare può meglio immaginare cosa voglia dire salire, spesso “dal basso”, su immensi strapiombi stalattitici. Li, la roccia non nasce perfetta ed alle volte far crollare canne e stalattiti instabili risulta un impresa acrobatica. Ma la cosa più complessa è vedere le linee, le quali spesso non sono diritte e devono anche evitare zone di roccia non chiodabile. Insomma, quando lavorate tre giorni per realizzare un solo tiro, be', può diventare una sorta di vostra creatura, non pensate?
Le uniche relazioni ufficiali sono sul sito: www.associazionelaselva.it oppure sulla microguida  che siamo riusciti ad auto produrre e che si trova sul posto. Quindi, mi lamenterò nuovamente... perché anche in fatto di pubblicazioni più tecniche siamo stati quasi ignorati! La guida “Malopasso” è assai imprecisa riguardo a Positano; contiene relazioni che erano solo bozze da cantiere e che ne io ne Cristiano abbiamo dato alle stampe. Nelle nostre falesie, con quella guida in mano, si rischia di ripetere vie brutte che non sono mai state pulite o addirittura di non trovarne altre perché da noi stessi schiodate!
Nell’ultimo anno ci siamo maggiormente dedicati a far nascere “multy pitc”, per ora di soli 3-4 tiri ma in ambiente pazzescamente esposto al vuoto. La grotta dei Gufi è sicuramente la novità più interessante, li c'è “San Pietro in jumar”  che è forse la via di calcare che occupa il posto più grande nel mio cuore. Punta Campanella invece è senza dubbio uno dei luoghi ambientalmente più belli d’Italia e la via “Blu” ne è il sua bandiera.
Tutto ciò, purtroppo, è finanziato solamente dalle nostre tasche e vi assicuro che è pesante! Non solo per i soldi necessari a comprare materiale, ma soprattutto per ciò che non si guadagna mentre si lavora. E chiodare, penso lo abbiate capito, è un lavoro!
Stiamo cercando soluzioni, ma è difficile. Anzi, se avete delle idee o proposte per aiutarci a risolvere questo antipatico lato economico, tiratele fuori!
Per capire in che direzione andare è importante comprendere che il turismo arrampicatorio per la Costiera non è fondamentale. Il parallelismo più semplice è quello con Kalimnos o Arco: a Kalymnos non avevano altro prima che arrivasse l’arrampicata ed essa ha cambiato l’economia di un intera isola; ad Arco invece basta un sola parola per spiegare la differenza, “regione Trentino”!
Ora, a Positano, hanno turismo da aprile ad ottobre, ed è anche turismo ricco! la domanda è: come convincerli che l’arrampicata non è solo un turista in più? Come convincerli che l’arrampicata li renderebbe ancora una volta primi in tutto il mondo?
Mentre ci pensiamo chiodiamo!
...e ci vediamo alla Selva!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!




sabato 1 settembre 2012

Aiguilles du Diable

...una storia di guide...
Siamo negli anni '20, gli anni nei quali tutte le principali vette alpine sono state conquistate, restano i pinnacoli, le guglie "Les Aiguilles" appunto...
Queste solleticano in maniera differente gli alpinisti, rappresentano una ricerca estetica più pura, una sorta di esercizio di stile se volete. 
Les aiguilles du Diable stimolano già nel nome, in più, il gusto del vuoto, unito all'accettazione del sacrificio che i nostri bisnonni alpinisti erano pronti ad avere per una nuova conquista, spingono gli Chamoniardi Armand Charlet e Ravanel a salire fra il 1923 ed il 26 tutte le 5 guglie che compongono le Diable.
Ma come già accadeva fin dagli albori dell'alpinismo, dal Monte Bianco al Cervino, sono i "clienti" che danno quello stimolo in più...
In questo caso sono due Americani, Robert Underhill e Mary O'Brien che assumono "Piè Veloce", il mitico Armand Charlet, per tentare la cosa in più: la traversata di tutte "Les aiguilles du Diable".
Già, avete letto bene, Mary, una donna... veramente un'eccezione per l'epoca, soprattutto su quelle difficoltà!
E si, perchè le Diable sono difficili! Pensate che il "boss" si spinse a valutare l'Isolèe V°,come la fessura Knubel sul Grepon, uno dei passaggi all'epoca più duri di tutto il massiccio.
Solo che, altra particolarità, abbiamo a che fare con Charlet, il più forte alpinista di Chamonix. Quindi, come nel suo stile abituale, non usa chiodi neanche sull'Isolèe...
Scrive miss.O'Brien nel suo diario:
«Non ho mai visto Armand,in tutte le scalate che abbiamo fatto insieme, utilizzare un solo chiodo se non nelle calate a corda doppia».
...Ma lui è Armand Charlet "Piè Veloce", cammina nel 1928 laddove ancora oggi molti alpinisti aspettano l'ottima condizione fisica e climatica per cimentarsi.
Anche la mia storia sulle Diable inizia con i clienti, prima di praticare il mestiere di guida era un dipo di salita che non cercavo, inseguivo una scalata più "sportiva" anche in quota. Sbagliavo!
Le Diable, ancor più della traversata delle Grand Jorasses, sono una delle più belle emozioni che si possano provare in alta montagna! Vorrei con le mie foto, scattate in tre ascensioni differenti, trasmettervi anche solo in parte quella bellezza...
Le buone condizioni non sono difficili da trovare, basta andare in stagione non troppo avanzata in quanto poi il couloir d'accesso diventa secco e pericoloso. Considerate che se ne percorrono circa 450m di dislivello.
Questo canale è l'unica parte orientativamente difficile. 
Ci sono due soluzioni: io prediligo quello più a destra, anche se non arriva diretto al col du Diable. Questo canale è il secondo che si individua dopo il Clocher du Tacul, ha il vantaggio di arrivare molto prima sul vostro cammino e quasi sempre la crepaccia terminale è buona. Nella notte però non è così facile da individuare. Sovente a 45° nel finale conviene obliquare decisamente a sinistra sulle rocce (non facili!) fino ad incrociare il colle du Diable.
L'altra soluzione è il couloir che scende direttamente del Col Diable.
La prima guglia da salire è la Corne 4064, si aggira da sinistra fino alla breche con la Chaubert, da qui si sale e scende, 25m 3°+.
Poi tocca alla Chaubert 4074, bellissimo tiro (4°+) rosso fessurato posto in frote a voi vi porta quasi fino in cima.
La dicesa alla Mediane si fa con due o tre calate da 20 o 30 a seconda degli ancoraggi che scegliete. La scalata alla Mediane è molto compatta e vericale in forte esposizione. Evidente da trovare comincia obliquando per gradoni verso destra. Poi su nel gran diedro traversando a destra verso la cresta prima che diventi ancor più difficile (4+ sostenuto).
Sosta su un bel gradino aereo da percorrere poi ancora a destra per salire infine dritti e poi per cresta alla punta Mediane 4097m.
La cima della Mediane presenta una bellissima finestra rettangolare, da questa si fa una doppia di circa 25m per raggiungere l'intaglio della Carmen. Bisogna pendolare al punto giusto per attaccare il buon tiro.
Ora, tutte le relazioni dicono di salire a destra un tiro di 4° verglassato... no!
Molto meglio a sinistra un perfetto diedro fessurato, giallo-rosso compattissimo alto 8m; è un passo duro ma perfettamente proteggibile (5a).
Dalla terrazza sotto il corno della Carmen 4107 due doppie portano alla breche du Diable.
Per L'Isolèe si leggono relazioni veramente complesse, a mio avviso è evidente e va affrontato frontalmente:
30/40m prima di raggiungere la breche che separa dl Tacul (consiglio di lasciare qui gli zaini) buttarsi a sinistra in piena parete e, continuando ad obliquare raggiungere il filo del pilastro da seguire fino in punta (5b).
Qui io metto le scarpette, perdo 5 minuti e ne guadagno 10 sulla scalata!
Con una doppia da trenta (un po' troppo giusta) si scende sul lato corto del'Isolèe, una trentina di metri più in alto rispetto a dove abbiamo attaccato il pilastro.
Dopo aver ripreso più in basso gli zaini si comincia la facile cresta rotta del Tacul fino in vetta.

D+ è il suo grado, più difficile nei passaggi di roccia rispetto alle Jorasses o al Jardin ma più compatta, ordinata ed evidente rispetto a queste. Inoltre io sono convinto che la discesa sia un elemento importante nella valutazione del grado complessivo di una via, e qui è assai comoda lungo la normale del Tacul.
Una sola corda da 60 è veramente giusta al millimetro per alcune calate, consiglio di portare anche un cordino di servizio come sicurezza in più. Per il resto 5 o 6 friends fino al rosso o giallo sono sufficienti.
Per quanto riguarda i tempi io parto dal rifugio Torino intorno alle 3 di notte; con Enzo "piè veloce" abbiamo compiùto la traversata in meno di 10 ore dal Torino all'Aiguille du Midi, negli altri casi sono state necessarie circa 10 ore dal Torino alla cima del Tacul...

Buona salita!

martedì 28 agosto 2012

Traversata delle Grand Jorasses

...una delle più belle creste delle Alpi!
...è intorno ad uno dei bivacchi più emblematici del massiccio del Monte Bianco  che si snoda la cresta Ovest delle Grand Jorasses.
Il Canzio è tappa fondamentale di questa aerea traversata e grazie alla sua ardita ma comoda posizione regala momenti di pace e convivialità in mezzo all'azione estrema.
Inseguita soprattutto dai cacciatori di "4000" la traversata non è solamente bella per le 9 vette che regala, è soprattutto bella nella sua integrità, tenendoti per due giorni fra terra e cielo!
Sono diversi anni che nel mio mestiere di guida mi trovo ad accompagnare alcuni collezionisti di "4000" lungo questa traversata. Loro sono spesso ottimi alpinisti che non hanno mai usufruito di un guida ma, non essendo arrampicatori hanno bisogno di un aiuto per superare alcuni difficili passaggi che caratterizzano questa via.
Il primo giorno si parte dall'arrivo della funivia al rif. Torino. La cresta inizia con la porzione chiamata "Rochefort" che parte subito aerea dopo la "gengiva" del dente del gigante.
Bellissima è la punta del Dome du Rochefort, luogo già molto meno frequentato rispetto alla prima parte ma è dopo questo che il terreno comincia a farsi più tecnico: pilastrini e creste di roccia iframmezzate da piccole calate...
Quest'ultima traversata l'ho compiuta con colui il quale è forse il mio cliente più forte: Renzo Ciavattini.
Proprio grazie alla sua velocità ci siamo permessi di valutare meglio alcune varianti più estetiche per così redigere la relazione che vi presento:
La vera e propria traversata inizia laddove finisce il frequentatissimo itinerario chiamato “cresta di Rochefort”. Da qui, dalla cima dell’Aig. du Rochefort, le tracce diminuiscono e l’ambiente si verticalizza ancor più.
Arrivare in cima al Dome de Rochefort 4015m è logico ed evidente. Da qui l’obbiettivo è la Calotte du Rochefort che si raggiunge sempre per cresta con una sola doppia (15m nel vuoto) obbligatoria ed un paio di altre facoltative.
Raggiungere l’estremo margine destro della Calotte per trovare la prima calata. Da qui con 4 doppie da 30 si raggiunge il bivacco Canzio.
Attenzione: non prendere la prima linea di doppie che si incontra (troppo a sx) ma cercare le catene a doppio anello Raumer che sono state messe recentemente lungo tutto il percorso del primo giorno.
Dal rif. Torino fra le 5 e le 7 ore.
È un peccato non scalare la punta Yung al pomeriggio quando è ben assolata, purtroppo però il biv. Canzio è posto alla base e non sulla vetta.



La Yung si scala quasi tutta a tiri ed è consigliabile iniziarla con la luce e non prima.
iniziare a sx della grande spaccatura che scende dallo spigolo destro, 50m 4° ed un passo di 5b.
Traversare a sx 20 m 4+. Fin qui ci sono spesso corde fisse, non tirabili a due mani in quanto veramente consumate ma utili per la psiche e talvolta per l’equilibrio. Qualora le fisse non fossero in posto  converrebbe al pomeriggio del primo giorno attrezzare almeno il passo di 5b ed il traverso seguente. Salire poi l’evidente fessura rotta 3+.
Da qui il terreno diventa marcissimo e spesso verglassato. Obliquare decisamente a sx per un 100m fino a raggiungere un vago diedro posto quasi all’estremità sinistra della conca. Esso presenta una partenza leggermente strapiombate,5° abbastanza marcio e, se sostate alla fine su una vite da ghiaccio piantata nella roccia vuol dire che siete nel posto giusto. 
Dal colletto sul quale siete si raggiunge la punta Yung 3947 in una quarantina di metri. Poi bisogna riscendere per cercare la calata verso la Margherita.
Calata nel vuoto di 30m fino a raggiungere un ottima sosta nel canale.
Da qui parte subito a destra una fessura larga da Dulfer, 4+ 20m. Si continua con un paio di tiri o conserva una settantina di metri sempre verso destra fino ad una cengia con calata, da qui due soluzioni:
1) la più estetica,e ovviamente la più dura, consta nel salire dritti un paio di tiri 4+verso il vertiginoso spigolo della Margherita. Questo abominevole salto si raggiunge per cresta e poi breve calata (5m). Lo spigolo si alza una cinquantina di metri di ottima roccia fino al 6° sostenuto. In posto un paio di chiodi, una sosta ed un nut spalmato. Da qui fil di cresta alla Margherita.
2)La più facile, e molto più brutta, inizia con una doppia di 15 metri per raggiungere una terrazza nevosa(o detritica). Da qui a dx in un canale da salire 100 metri (Marcissimo) fino ad un colle che si forma da una cresta secondaria che scende dalla sud della Margherita. Qui dritti per un bel diedro, 4c, o obliquanti a dx (più facile) fino in punta, 4065
Ora tocca alla porzione più bella della salita, la cresta vertiginosa che scende verso la Elena. 100m di discesa espostissima e non doppiabile (fino al 3+ in discesa).
La punta Elena è un gendarme perfetto, se ne sale lo spigolo 3° fino in punta, 4045. 
Qui, calata di 10m per poi riprendere la cresta, ora solo più molto lunga, fino alla punta Whimper 4184 passando ovviamente per la punta Croz 4110.
Per scendere (in stagione nella quale le parti rocciose sono secche) conviene utilizzare la via normale, essa inizia dalla punta Walker 4208.
Dalle 6 alle 9 ore fino alla Walker.
Rapportata a salite dello stesso carattere, come Signal, Diable, Arete de Grand Montet e du Jardin penso che questa sia decisamente difficile in quanto per esser "comoda" va fatta in condizioni sufficientemente secche. Queste condizioni comportano però di avere una discesa altresì secca e quindi abbastanza rischiosa.
Complessivamente, vista la difficoltà sui passaggi di roccia e la lunghezza su due giorni va valutata D+ e non una briciola di meno!

Insomma:

che siate oppure no cacciatori di "4000" questa è una salita che un alpinista deve fare. 
E se poi proprio aveste bisogno di qualche consiglio in più... 
beh, potrei venire con voi...




mercoledì 6 giugno 2012

Sitting bull

Una fresca falesia per i pomeriggi d'Estate...
Sitting bull è una delle fessure più belle di tutto l'Orco...
Nemmeno Andrea Giorda ricorda con precisione l'anno nel quale compì la prima salita, era probabilmente il 1978. 
Il Giorda mi racconta che all'epoca lasciavano posizionato un chiodo in mezzo al tettino, in corrispondenza del passaggio "chiave"; mi spiega anche che non si ponevano neppure il problema della salita in libera: il buon Andrea scalava sprotetto i primi 8 metri, tirava il chiodo e poi scalava velocemente i restanti 10 metri con un excentrix e via!
è quindi oggi da attribuire la prima libera a Manolo che nel 1982 neanche immaginava di "tirare" qualcosa che non fosse roccia, viene però facile immaginare che se solo Giorda avesse voluto...
Ma con i se e si ma non si fa la storia.
Sitting bull è storia...
è storia anche nel grado dichiarato dallo Zannolla, ma come sapete gli albori della scala francese erano tempi duri per i gradi alti ed il 6b+ da lui dichiarato non voleva certo dire "facile".
Molti arrampicatori moderni trovano questo tiro molto difficile e non si capacitano nemmeno del 6c+ oggi dichiarato nella guida ufficiale...


Incredibilmente fino a poco tempo fa questo capolavoro rimaneva solo, isolato, seppure posto in una parete ricca di linee possibili. Forse proprio per questo non veniva e viene ancora frequentato dai turisti arrampicatori, i quali preferiscono settori con maggiore scelta.
Ma ecco che in un afosa giornata dell'estate scorsa mi ricordo che "quel posto" va in ombra alle 14 e con i nuovi occhi della trad-mania vedo altri 7 tiri...
1 Low self opinion men: Aperta da Enrico Perassi ed il Tromba  il 29/4/2012 
6a/b 18m  R2+
Bella ed assai varia:Iniziare nel camino, continuare nel fessurino che cambia dimensione fino a diventare ad incastro di spalla.
Friends: da 0,4 a 5
2 Giadigiorda:  Aperta o.s. da Aziz   7/2011   
6a  12m  R1
Bella anche se corta. Forse già salita da Giorda negli anni ’70.
Frinds: da 0,75 a 5
3 Luxemburg days: Aperta e liberata dal Tromba con Michel Tres 30/5/2012 
6c+ 18m R2
Bella ed unica nel suo genere inizia con difficili boulder protetti da chiodi, poi spettacolare traverso su fessura larga ed esposta.
Friends: da 3 a 6, con solo il 5 fa più paura...
4 Shitting bull: Aperta dal Tromba, M.Amadio e Aziz   7/2011   
7c?  R4  25m
Estrema e bellissima corre su una ruga parallela a Sitting bull.
In posto 4 chiodi e due peker, i peker proteggono il passo chiave e vanno collegati con collegamento fisso; hanno già trattenuto diversi voli ma vanno ben verificati prima di provare il tiro.
Friends: un  C3 rosso o giallo ed un 5 o 6 per la parte comune a “Luxemburg”.

5 Sitting bull: Aperta da A.Giorda fine’70 liberata da Manolo 1982. 
6c  25m  R1
Una delle migliori fessure della valle. Incastri di dita e mano.
Friends:  una serie fino al 4 doppia da 1 a 3.

6 Doron: Aperta e liberata da Michel Tres con il Tromba  30/5/2012
6b(hard) 25m R1+
Incredibile come non fosse stata pulita fino ad oggi.Se pur non come Sitting-bull si tratta di una delle belle fessure della valle!
Friends da 0,3 a 3; doppi il 2 e 3; eventualmente dei nuts medi.

7 Geometria: Aperta dal Tromba  7/2011
 6a  R1 8m
Un concentrato di bellezza.
Friends: da 2 a 4 doppio il 3.

8 Hammerles (vietato chiodare): Aperta e liberata mettendo le protezioni (r.p.) dal Tromba7/2011
R3 7b 18m
Che diedro… Unico! Movimenti estremi!Frinds: tutti i C3 con doppio il verde ed eventualmente il rosso. C4 fino all’1.






mercoledì 18 aprile 2012

Aimonin: il restauro.


Progetto Manlio Motto

Manlio Motto è uno dei più forti apritori su roccia di tutti i tempi.
Inutile riportare qui il suo immenso curriculum che sicuramente voi appassionati ben conoscoscete; è invece importante capire che l'arrampicata su vie lunghe di buon livello nelle alpi occidentali è soprattutto figlia sua.
Traendo sicuramente ispirazione dallo stile di Mischel Piolà (col quale ha aperto diverse vie meravigliose) Motto inventa in Piemonte "la via perfetta"...
Proprio nelle valli intorno alla sua Ivrea, quindi in Orco per prima, Manlio cambia faccia allo spit.
Fino ad allora i microappigli e microappoggi che caratterizzano l'arrampicata su muro del nostro gnaiss, avevano spinto gli apritori verso un uso disomogeneo dello spit: o molto vicini senza tentare di arrampicare fra spit e spit o molto lontani in quanto l'apritore partiva eroicamente su una difficoltà che sperava di dominare, fermandosi solo la dove era abbastanza comodo per usare un piantaspit manuale (o solo in rari casi il trapano). Con Motto ed il mitico trapano Hilti T10 le cose cambiano!
Lui, riesce a scalare su tratti di 2-3 anche 4 metri di tacche, in muro aperto, verticale o leggermente appoggiato e fermarsi... Fermarsi per trapanare tenendo una listarella da mezzo centimetro e raramente riuscendo a mettere un cliff-anger, che su questo gnaiss poco si presta all' uso. Il tutto su tratti di arrampicata di 6b, 6c ed a volte anche 7a!


Nasce così l'obbligatorio e la sua ricerca! L'obbligatoriomania l'ho percepita nascere nella metà degli anni '90, proprio mentre iniziavo a scalare. Oggi si è forse affievolita ma per più di un decennio era il parametro maggiormente considerato per definire la reputazione di una via; infatti all'epoca sulle vie di Manlio non si parlava tanto di libera integrale ma piuttosto di "sei passato?" , al punto tale che solo dopo più di vent'anni dalla loro apertura alcune vie dell'Aimonin e del Cubo in valle Orco sono state liberate.